Attentato alla maratona di Boston

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Affronteremo il discorso dal punto di vista sia tattico, che del soccorso, e cercheremo di capire se le tecniche salvavita utilizzate nei campi di battaglia sono efficaci anche in un contesto civile.

Nel post di oggi parleremo di una giornata speciale, il 15 aprile 2013, che doveva essere un giorno di grande festa e di competizione sportiva all’insegna del benessere, e che invece si è trasformata in un autentico inferno. Il giorno dell’ attentato alla maratona di Boston. Molte persone hanno avuto la vita rovinata per sempre. Noi oggi cercheremo di capire quali insegnamenti possiamo trarre da questo tragico evento. Affronteremo il discorso dal punto di vista sia tattico, che del soccorso, e cercheremo di capire se le tecniche salvavita utilizzate nei campi di battaglia sono efficaci anche in un contesto civile.

L’evento

Ma prima di entrare nei dettagli tecnici, spendiamo due parole per immergerci nel contesto sportivo e culturale: la maratona di Boston è la più antica tra le maratone che si svolgono ogni anno nel mondo. La sua prima edizione venne disputata nel 1897, e da evento locale, nel corso degli anni ha progressivamente attratto atleti da tutti gli Stati Uniti e poi dal resto del mondo. La gara parte da Hopkinton, nel Massachusetts, e si conclude a Boston, presso Copley Square, il terzo lunedì del mese, in occasione del Patriot’s day, che commemora l’inizio della guerra d’indipendenza americana. Alla gara partecipano ogni anno circa 20000 atleti, con il record di partecipazione di 38000 iscritti alla centesima edizione nel 1996.

Come avrete capito, si tratta di un evento sportivo tra i più importanti e carico di simboli al mondo, con una copertura mediatica impressionante; sono migliaia gli obiettivi delle telecamere e delle fotocamere puntati sul traguardo.

L’attentato

Erano le ore 14:49 a Boston, le 20:43 in Italia: i primi atleti erano già arrivati al traguardo due ore prima. Il cronometro dei giudici di gara segnava il tempo di 4 ore, 9 minuti e 43 secondi quando ci fu la prima esplosione, proprio all’altezza del traguardo, nella affollata Boylston street gremita di tifosi. Una seconda detonazione avvenne a 170 metri di distanza, 12 secondi dopo, davanti al ristorante Forum, sempre in Boylston street. Il bilancio delle vittime fu devastante: 3 morti, tra cui un bambino di 8 anni, e oltre 260 feriti, di cui moltissimi gravi, con amputazioni agli arti e sanguinamento massivo incontrollato.

Prima esplosione al traguardo
Fonte: https://www.flickr.com/photos/91156503@N00/8652597071/
ll luogo della seconda esplosione
Fonte: https://www.flickr.com/photos/rebeccahildreth/8655793173

Le bombe

Gli esperti dell’FBI dissero che bastano 30 minuti per assemblare una bomba del genere, seguendo delle istruzioni che si trovano purtroppo facilmente online. Le bombe costruite con pentole a pressione permettono di ottenere effetti devastanti anche con poco esplosivo o con esplosivo di scarsa qualità, perché il botto avviene solo quando la pressione è tale che la pentola non può più contenerla, dopo che l’esplosivo è stato innescato. E’ il tipo di bomba rudimentale che uccide di più negli attentati in Afghanistan, India e Pakistan. La denominazione tecnica è “IED”, un acronimo inglese che sta per “Improvised Explosive Device”, che vuol dire “Ordigno Esplosivo Improvvisato”. Pensate che hanno trovato frammenti di ferro addirittura sui tetti degli edifici circostanti Copley Street!

Le ferite

Adesso andiamo insieme ad analizzare che tipo di ferite hanno trovato i primi soccorritori che sono arrivati sulla scena. Un team di ricercatori, dopo l’attentato, ha raccolto in un database tutti i dati epidemiologici dei pazienti che hanno avuto accesso ai vari ospedali nella zona. Non sto ad elencarli tutti. A noi ci interessano i dati sulle ferite agli arti e sulle emorragie massive, quelle che possono uccidere sulla strada; ma sono anche quelle sulle quali, se si interviene rapidamente, si può salvare una vita.

Fonte: https://www.flickr.com/photos/smi23le/8652598953

Emorragie massive

Degli oltre 260 feriti, molti avevano lesioni alle gambe, in tutto 56. Tra questi, 15 persone avevano le gambe amputate. Altri avevano emorragie massive dovute a gravi lesioni vascolari, a fratture e a lacerazioni dei tessuti molli. Complessivamente le persone che rischiavano di morire dissanguate sulla scena erano 29. A 27 di queste sono stati posizionati dei tourniquet, tutti improvvisati. Ricordiamo che un tourniquet è un dispositivo che serve a bloccare il flusso sanguigno arterioso di un arto, e viene usato solo in caso di grave emorragia arteriosa. L’origine dei tourniquet è militare, dove ormai è utilizzato ampiamente in tutti gli eserciti della NATO. A livello civile invece sono ancora poco diffusi, come dimostra il caso di Boston, dove tutti i tourniquet erano improvvisati, cioè fatti e assemblati sul momento con materiali di fortuna .

Tourniquet improvvisati

Tutti i pazienti giunti in pronto soccorso non avevano più di un tourniquet per arto, e chi ha visto una vera emorragia massiva da una gamba sa che spesso ne servono almeno 2 per bloccare il sanguinamento. I paramedici delle ambulanze hanno messo il 37% dei tourniquet, costruiti sul momento utilizzando il classico laccio di caucciù, quello dei prelievi del sangue, stretto con un Kelly clamp.

I tourniquet posizionati dagli EMS erano realizzati con il classico laccio in caucciù e una kelly

I restanti tourniquet sono stati posizionati da personale sanitario e da militari non in servizio, utilizzando i più svariati mezzi di fortuna, come ad esempio le classiche cinture dei pantaloni.
Molti pazienti, all’arrivo in pronto soccorso, presentavano un blocco del circolo venoso, ma non di quello arterioso. Come già dimostrato in altri studi, i tourniquet improvvisati non funzionano quasi mai. Inizialmente, bloccando il circolo venoso, ci si illude di avere fatto emostasi; in realtà la situazione dopo pochi minuti non fa che peggiorare, perché si crea un nuovo sanguinamento paradosso peggiore del precedente.

Caratteristiche necessarie

Un tourniquet improvvisato teoricamente può funzionare se rispetta alcuni criteri: deve essere largo abbastanza da bloccare completamente sia il circolo arterioso che quello venoso, senza provocare lesioni cutanee da pressione e danno nervoso periferico. Poi deve generare una adeguata pressione su tutta la circonferenza dell’arto. Infine deve essere fabbricato con materiali resistenti, che non si rompono e che mantengono una tensione costante. Ad oggi, aprile 2020, sono solo 8 i tourniquet in commercio validati e approvati: ne abbiamo parlato in un precedente articolo. Per realizzare quindi un tourniquet inventato sul momento, in una situazione di stress totale, serve moltissima esperienza e fortuna. Noi di Tactical Rescue lo sconsigliamo, preferendo la classica compressione manuale sulla ferita se non si ha un tourniquet adeguato.

Vie aeree e respirazione


Per quanto riguarda le vie aeree e la respirazione, a nessuno dei feriti è stata aperta una via aerea chirurgica o è stato posizionato un drenaggio toracico. Questo è un fatto strano, in controtendenza con i dati che ci sono giunti da altri attacchi terroristici con esplosivi. Una spiegazione può essere che in questo caso le bombe erano poggiate al livello del suolo, quindi la maggior parte delle lesioni erano a livello delle gambe. E che la carica esplosiva era bassa, e che l’esplosione è avvenuta in uno spazio aperto.

Discorso diverso negli attentati compiuti da un singolo attentatore suicida, il “kamikaze”, con l’esplosivo legato all’altezza del torace. Di solito si fa esplodere in spazi chiusi, tipo autobus, treni. In questi casi è più frequente incontrare nelle vittime lesioni alle vie aeree e traumi cranici. Gli stessi frammenti ossei esplosi del kamikaze si possono trasformare in micidiali proiettili che tagliano e penetrano nella carne delle persone colpite.

“Scoop and run”

Ma torniamo alla maratona di Boston. Nessuno dei pazienti arrivati in ospedale è morto. Quali sono stati gli elementi decisivi? Un primo fattore sembra essere il tempo di trasporto medio, meno di mezz’ora, dalla scena al pronto soccorso. I feriti più gravi ci hanno messo anche meno. Una tempistica ben al di sotto della “Golden Hour”, necessaria al paziente traumatizzato per arrivare in sala operatoria ed essere salvato. Una filosofia di soccorso “scoop and run”, ovvero “carica e porta”, giustificata dal fatto che nessuno in quel momento sapeva se c’erano altre bombe pronte ad esplodere nei paraggi. Quella che in gergo tattico viene chiamata “Zona Calda”.

Come è stato possibile avere dei tempi di trasporto così rapidi? Nella drammaticità della situazione, ci sono stati una serie di coincidenze favorevoli che hanno permesso di salvare la situazione, e far sì che la tragedia non si trasformasse in un disastro totale.

Coincidenze

  • Una prima coincidenza riguarda la geografia dell’attentato: Copley Square, il traguardo della maratona di Boston, è al centro di una zona circondata da ben cinque trauma center di primo livello.
  • Ma non è finita qui: in un giorno infrasettimanale Copley Square e le strade limitrofe sono intasate di traffico, ma non il giorno della maratona, che si svolge nel Patriot’s Day, festa nazionale del Massachusets, lo abbiamo detto prima. Le strade erano sgombre, e le ambulanze hanno potuto correre veloci in ospedale.
  • Un altro fattore che si è rivelato strategico è stato la presenza al traguardo di una tenda, un posto medico avanzato, con personale e materiale sanitario, tra cui liquidi per infusioni endovenose. C’erano anche diverse ambulanze di assistenza con paramedici sul posto, assieme a poliziotti, vigili del fuoco e riservisti della guardia nazionale, che hanno contribuito a prestare i primi soccorsi in maniera determinante.
  • L’ultimo colpo di fortuna riguarda l’orario dell’attentato: alle 4 del pomeriggio in molti ospedali negli USA c’è il cambio turno mattino/pomeriggio. Quindi in ospedale in quel momento era presente il doppio del personale in pronto soccorso, nelle sale operatorie, e alla banca del sangue. Essendo un giorno festivo non c’erano interventi di routine in lista, per cui le sale operatorie erano libere. Tra i chirurghi in turno quel giorno, alcuni avevano una precedente esperienza in teatri di guerra come Iraq e Afghanistan, dove ferite da esplosivi sono all’ordine del giorno. Questo ha permesso di gestire in maniera ottimale i pazienti.

Ricapitolando…

Quindi, riassumendo, i fattori decisivi nel salvare i feriti critici, sono stati la disponibilità dei migliori trauma center nel raggio di pochi kilometri, e la rapidità di trasporto in ospedale. Pure essendo una strage di massa, o un MCI, un acronimo che sta per “Mass Casualty Incident”, il sistema di emergenza ha retto l’urto. Tutti i feriti hanno ricevuto le migliori cure del caso.

La caccia all’uomo

Per concludere, brevemente vi spiego che fine hanno fatto i terroristi. L’FBI nel giro di poco tempo identificò due giovani fratelli di origine cecena, due lupi solitari, Tamerlan e Dzokhar Tsarnaev, grazie alle riprese delle telecamere di sorveglianza.

Fonte: https://www.theweek.co.uk/us/boston-bombs/52597/tamerlan-and-dzhokhar-tsarnaev-bomb-suspects

Il 18 aprile, tre giorni dopo l’attentato, scattò la caccia all’uomo. L’FBI diffuse le foto e i nomi degli attentatori, in modo da facilitarne la cattura. Durante la loro fuga, i due fratelli uccisero un agente di polizia. Braccati dalle squadre antiterrorismo, la loro fuga si concluse con uno scontro a fuoco, in cui morì Tamerlan, di 26 anni. Suo fratello Dzhokhar, di 20 anni, venne catturato gravemente ferito.

FBI SWAT Agents

L’arresto

Dopo l’arresto Dzhokhar confessò all’FBI che lui e il fratello avevano deciso di colpire gli Stati Uniti per il loro impegno in Iraq e Afghanistan, ma soprattutto perché, secondo loro, gli Stati Uniti stavano portando avanti una “cospirazione contro i musulmani”. In seguito Dzhokhar è stato processato, giudicato colpevole per 30 capi di accusa e condannato a morte nel 2015. Al momento è detenuto nel carcere di massima sicurezza a Florence, nel Colorado.

Il momento dell’arresto

Dal 2013, ogni anno Boston ricorda le vittime e celebra la resilienza della propria comunità con iniziative benefiche e a sfondo sociale, con il motto “Boston strong”.

Articoli di riferimento in questo post:

Dati epidemiologici

Boston ricorda le vittime

Queste erano le bombe di Boston

Important Take-Aways From the Boston Marathon Bombing

Giovanni B. Giay Pron

Giovanni B. Giay Pron

Infermiere 118 Piemonte, Istruttore TECC e TCCC, Coordinatore Nazionale programma TECC per Naemt Italia. Avido lettore, curioso di natura, credo nella divulgazione scientifica seria e rigorosa come strumento di crescita e sviluppo della società.

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